I Centri Antiviolenza per le Donne
di Angela Romanin, Casa delle Donne, Roma

I Centri Antiviolenza per le Donne <br><i>di Angela Romanin, Casa delle Donne, Roma</i>

Che cos’è un centro antiviolenza?
I primi centri antiviolenza si svilupparono a Londra con Erin Pizzey che, a seguito di quell’esperienza, scrisse e pubblicò un libro intitolato“Grida piano che i vicini ti sentono”.
Il primo centro fu fondato da donne che avevano vissuto, in prima persona, la violenza ed erano, fortemente, motivate ad aiutare altre donne nelle medesime condizioni. In tempi piuttosto rapidi, i centri antiviolenza si diffusero in tutto il nord dell’Europa.
In Italia, il primo centro è stato inaugurato vent’anni più tardi a Bologna. Alla “Casa delle Donne” fecero seguito altri centri, aperti a Modena, Merano e Milano.
Un ritardo che ha avuto riflessi negativi sulle forme di intervento, di contrasto e prevenzione della violenza di genere. Basti pensare, ad esempio, che, in Italia, i centri dedicati agli uomini maltrattanti sono sorti solo negli ultimi cinque/sei anni, rispetto ad altri paesi europei, attivati circa vent’anni fa. Il lavoro con i maltrattanti è fondamentale per comprendere molte dinamiche della violenza contro le donne, perché essa è, in primo luogo, un problema maschile. Sono loro che agiscono, quindi, è fondamentale riuscire a contenere la violenza da parte di chi la esercita e, in tal senso, i centri d’intervento sono uno strumento importante per comprenderne le dinamiche.

Il centro antiviolenza è un luogo fisico e simbolico, in cui si fondono e si intersecano due aspetti. Il primo legato alle pratiche di supporto ed accoglienza, svolte i maniera professionale; l’altro è un livello più politico, che mira a sviluppare e favorire un cambiamento culturale, sociale e politico nelle strategie e politiche di genere. Un modus operandi che è stato validato da tutte le organizzazioni europee e trans-nazionali che studiano il fenomeno e definiscono le linee guida. Un approccio che è confermato da una sterminata letteratura: Convenzione di Istanbul; varie Raccomandazioni Europee; studi di monitoraggio etc.
Come sostiene l’ONU, la violenza di genere è un problema culturale di tipo strutturale, pertanto, la forma di intervento più idonea è quella di un approccio ampio e complessivo che comprenda l’individuo, la coppia ma anche la comunità in cui è inserita.

Non c’è donna che meriti di subire violenza e non esistono giustificazioni per il maltrattante. Spesso vengono addotte motivazioni quali il licenziamento; le patologie psicologiche; le dipendenze da alcool e sostanze; maltrattamenti subiti in famiglia etc..). Si tratta di gesti ed atti scelti ed intenzionali, non attribuibili a semplici perdite di controllo e, in quanto tali, sono reati che devono essere sanzionati. La violenza maschile non è un problema individuale ma sociale. Nonostante ciò, la violenza contro le donne è uno dei reati più sommersi in assoluto!

Cosa trovano le donne in un centro antiviolenza?

L’ascolto che non hanno mai avuto.

Secondo l’Istat, il 30 % delle donne che subisce violenza non ne ha mai parlato con nessuno (c’è un sacco da svuotare!).
Le donne che arrivano al centro sono oppresse da questi ricordi. L’atteggiamento delle operatrici è quello di ascoltarle e dare loro credibilità (ti credo, non hai bisogno di dimostrarmi niente, io ti aiuto sono qui per questo, ti do le informazioni specifiche e ben documentate, rispetto agli aspetti legali e su come operano i servizi territoriali, sui percorsi di uscita dalla violenza e sui percorsi di protezione)
Quando si parla di “presa in carico”significa prendersi cura della donna complessivamente. Si aiuta la donna ad uscire da tale situazione, in base a quello essa stessa decide e intende fare. Non si prendono decisioni per lei, né si sceglie per lei ma si danno le informazioni e gli strumenti, affinché ella lo possa fare autonomamente.
Senza un piano di protezione, la donna non può lavorare sulle sue debolezze, recuperare un minimo di autonomia e di empowerment.
Tutti servizi offerti nei centri antiviolenza sono gratuiti. Il personale del centro deve essere femminile, formato e specializzato.
Il tema della violenza di genere dovrebbe essere inserito nei programmi curricolari di molte facoltà Giurisprudenza, Medicina, Psicologia e Scienze della Formazione. Ad oggi, solo l’Università di Bologna se ne è fatta carico.
Già nel 1992, con la Raccomandazione della Convenzione dell’ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, la violenza sulle donne è stata dichiarata una forma di discriminazione.
Da allora, il Comitato della CEDAW, a cui si sono appellate le donne denunciando l’assenza di protezione da parte dello Stato, sostiene che gli Stati hanno il dovere di proteggere le donne dalla violenza e i diritti dell’autore di violenza non possono soppiantare i diritti umani delle donne alla vita e all’integrità fisica o mentale.
In Italia, questo principio è difficile da accogliere ed applicare. Accade spesso, ad esempio, che gli assistenti sociali (ma anche Forze dell’Ordine o Tribunale) insistano affinché il padre dei minori, accolti in una casa rifugio con la madre, conosca il luogo dove sono i bambini oppure che la donna ritorni dal marito/compagno, tacendo, invece, sulla violenza perpetrata da quello stesso padre che lede i diritti di quel bambino.
Non si nega al padre di vedere il proprio figlio ma tale opportunità dovrà essere offerta nei tempi e luoghi opportuni dopo un po’ di tempo e quando ci saranno delle disposizioni di protezione anche legali.
Tutti gli interventi non devono essere colpevolizzanti per la vittima. Un esempio: la violenza ha un andamento ciclico, per cui immaginiamo quella situazione di una donna che cerca aiuto; fa la denuncia; si separa; viene nelle case rifugio; torna dall’aggressore e, di nuovo, a ritorna a chiedere aiuto. Questa donna non va giudicata (ah! se tu mi avessi ascoltato), poiché la vittima ha il diritto di fare le sue scelte, condivisibili o non. Probabilmente, in quel momento, non poteva farne altre; probabilmente, la sua decisione può essere stata condizionata dal fatto di non essere stata sufficientemente ed adeguatamente protetta, nonostante gli sforzi delle operatrici. Ascoltare, crederle (succede a molte donne quello che ci stai raccontando), rafforzarle (empowermnet) e aiutarle a prendere il controllo della loro vita, esplorando le possibili opzioni disponibili. Sarà, poi, la donna a scegliere liberamente.
Fondamentale, per chi lavora sul tema, investire sulle buone prassi:
 Costruzione di una “Rete” territoriale efficace ed efficiente
 Linea telefonica nazionale 1522
 Posti sufficienti nelle case rifugio. In alcune regioni, come l’Alto Adige la copertura è quasi del 100% mentre nel resto d’Italia si è molto lontani da tale parametro
 Adottare misure di sicurezza nelle case rifugio. L’esperienza ci ha dimostrato sono possibili incursioni violente nei centri antiviolenza da parte dei maltrattanti. E’ successo a Reggio Emilia nel 2007.
 Centri di ascolto e counselling diffusi sul territorio
 Centri di Intervento, ossia organismi in “rete”, a cui accedono le donne che corrono un grave rischio
 Avere un approccio pro-attivo, in base al quale non si aspetta più che le vittime arrivino ai centri. Lo Stato dovrebbe andare in contro alle donne e contribuire all’emersione del fenomeno.
 La Convenzione di Instanbul e le altre Raccomandazioni suggeriscono anche gli standard per gli altri servizi o agenzie chiave (deputate ad intervenire sulla violenza contro le donne).
 Formazione per il personale degli enti pubblici territoriali: assistenti sociali; i medici etc.
 Maggiore sicurezza per lo staff degli enti pubblici territoriali, poiché ha diretto contatto con il maltrattante (es. le assistenti sociali) a cui devono comunicare informazioni non sempre facili da accettare.
 Monitoraggio degli interventi, compiti ben definiti dal dirigente dell’ente pubblico e reparti specializzati nell’agenzie chiave. La magistratura lo sta facendo, esiste, infatti, il pull fasce deboli.
 Controlli di qualità con gli indicatori sul raggiungimento degli obiettivi

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